Nel «minuto del secolo» l’impronta di rivincere

Gianni Rivera è passato dalla disperazione alla gioia nell’interminabile manciata di secondi che ha deciso la semifinale del Mondiale di calcio vinta 4-3 dall’Italia contro la Germania Ovest, il 17 giugno 1970, davanti ai 102.444 spettatori dello stadio Atzeca di Città del Messico.
Nell’audio proposto in questo articolo, l’ex giocatore non racconta solo le emozioni di quell’impresa ma esprime anche il rammarico per essere stato in campo appena sei minuti nella successiva finale con il Brasile
martedì 17 Giugno 2025
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Rappresenta bene l’anima del verbo rivincere l’interminabile minuto che ha deciso la «partita del secolo», «partido del siglo», come recita la targa (vedi foto) esposta allo stadio Atzeca di Città del Messico, dove, il 17 giugno del 1970, davanti a 102.444 spettatori. l’Italia di Ferruccio Valcareggi batté 4-3 la Germania Ovest, nella semifinale del Mondiale di calcio.
L’infinito presente che definisce questo sito e invita alla rinascita e alla riconquista, traducendo l’infinita presenza di quella ricerca (quête) sempre ardente nello spirito dell’uomo non disposto ad arrendersi, è stato incarnato quel giorno da tutti i giocatori azzurri ma, soprattutto, da Gianni Rivera: nato ad Alessandria il 18 agosto del 1943 ed esordiente in Serie A a soli 16 anni, «non ha mai smesso di essere la vedette, contestata e amata, discussa, disprezzata e lodata, del calcio italiano», per dirla con le parole di Gianni Brera.
Ed è stato protagonista, prima nel male e poi nel bene, anche in quell’afoso pomeriggio ricco di imprevedibili capovolgimenti di fronte: con l’Italia in vantaggio 3-2, nel secondo tempo supplementare, Rivera si era trovato sulla linea di porta a presidiare il palo alla sinistra del portiere Albertosi ma non era riuscito a respingere il pallone del pareggio tedesco, indirizzato in rete dalla testa di Gerd Müller. La disperazione assale così il centrocampista, che finisce addosso al palo, quasi a volergli dare una testata, mentre Albertosi, inferocito, fissa il compagno, imprecando contro di lui.
Non c’è tempo né spazio, però, per lo sconforto perché, dopo aver rimesso la palla al centro, Rivera scalpita, pensando addirittura di poter scartare tutti i tedeschi, anche se poi restituisce il pallone a De Sisti, che lo consegna a Facchetti: il capitano lancia Boninsegna, il cui scatto sulla fascia sinistra è prepotente, prima di mettere a centro area l’assist per chi non si lascia sfuggire l’occasione del riscatto.
E così, nonostante la stanchezza, Rivera ha la lucidità per coordinare la finta che inganna il portiere Maier, sotto lo sguardo impietrito del monumentale Beckenbauer, mentre l’Italia intera si riunisce, pazza di gioia, in piazza, dove trascorrere l’intera nottata festeggiando, senza chiudere occhio, il 4-3 che manda gli azzurri in finale con il Brasile.

Il lancio d’agenzia in inglese che, mercoledì 17 giugno 1970, ha annunciato al mondo la vittoria dell’Italia sulla Germania Ovest e teletrasmesso la foto del definitivo 4-3 segnato da Gianni Rivera, sulla sinistra

La voce del centrocampista, «completo e indiscutibile», che ha deciso la «partita del secolo», è ancora venata di emozione, rivivendo, dopo mezzo secolo e un lustro, quell’indimenticabile 17 giugno 1970.
Nell’audio proposto in questa pagina, Rivera, che l’anno prima aveva ricevuto il «Pallone d’Oro», racconta anche l’amarezza per aver giocato appena sei minuti della finale persa, quattro giorni dopo, con il Brasile di Pelé, pronto a  portarsi a casa la Coppa Jules Rimet, vincendo 4-1. Quell’esclusione è ancora una ferita aperta per il calcio italiano, come riconosce l’ex giocatore: «Ammesso e non concesso che ci fossero delle situazione fisiche mie particolari, l’unica squadra che avrei dovuto affrontare senza problemi era proprio il Brasile e a me è capitato anche di batterlo…».

Il tabellino di Italia-Germania Ovest realizzato da Soccerdata.it
Filippo Brusa

Filippo Brusa

Giornalista professionista, autore e conduttore televisivo, applico il giornalismo come strumento per comprendere il mondo, lotto contro l’ipocrisia del politicamente corretto, contro la banalità del luogo comune e contro il «pensiero unico»

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Rivincere® insegue così bellezza e verità, facendosi guidare dal «λόγος», la «parola» che è pensiero e ragione, coltiva la riflessione critica, punta al dialogo, non disdegna l’anticonformismo e non ha paura del contagio.

La volontà di erompere

L’icona di rivincere® evoca la Nike di Samotracia, reinterpretata in un ramo a forma di erre minuscola, l’iniziale dell’infinito che ci definisce e di RUMPOR, RENASCOR, REVINCO: questi tre verbi latini, lontani dalla flessibilità e dalla elastica resilienza “adattiva”, manifestano la volontà di erompere, proprio come fa la gemma di un albero aprendosi alla luce, per emergere, sbocciare e rifiorire. Esprimono, dunque, la determinazione di irrompere nella realtà per incidere su di essa.

Dissentire per non piegarsi

Se la retorica della resilienza (concetto di moda e parola la cui origine rimanda al verbo latino «resilire», ovvero «saltar indietro», «ritornare di corsa, affrettarsi a retrocedere», «rimbalzare», «ritirarsi, restringersi», «rinunciare, disdire») invita il soggetto ad adattarsi all’oggetto (ma dovrebbe essere sempre il soggetto ad agire per mutare l’oggetto, conformandolo a sé), oggi, più che mai, occorre l’intransigenza di chi, fedele ai propri principî, è ancora capace di dissentire e non è disposto, in nessun modo, a piegarsi, scendendo a compromessi, vendendo se stesso o asservendo la propria anima.

La ricerca di bellezza e verità

Le storie raccontate da rivincere® scaturiscono proprio dal nostro infinito presente, che non nasce dalla competitività, non rincorre il successo a ogni costo e non è orientato (o perlomeno non lo è principalmente) al «vincere di nuovo».
Perché rivincere® significa innanzitutto «riconquistare, recuperare, riguadagnare, ritrovare», affonda le radici nel terreno perduto e, pur passando attraverso la sconfitta, non mira alla rivendicazione, alla rivalsa e alla rivincita. Affrontando la crisi (intesa etimologicamente come «giudizio», «scelta» e «decisione»), il nostro infinito intraprende quell’infinita ricerca («quête») che innalza lo spirito, facendolo decollare verso la vera vittoria, suscitata dall’emergere (e riemergere) delle potenzialità interiori, dispiegate fino all’autorealizzazione di sé.
A vibrare in rivincere® è, prima di tutto, questa «quête» che erompe dallo spirito dell’uomo non disposto ad arrendersi.
È la ricerca sempre viva e ardente nel cuore dell’uomo che insegue bellezza e verità e preferisce spezzarsi pur di non piegarsi.

Autori

  • Filippo Brusa

    Giornalista professionista, autore e conduttore televisivo, applico il giornalismo come strumento per comprendere il mondo, lotto contro l’ipocrisia del politicamente corretto, contro la banalità del luogo comune e contro il «pensiero unico»

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