Un nome si sceglie per ciò che nomina. La regola è antica, e Dante la trascrive nella Vita nova, nel capitolo in cui i pensieri lo assediano dopo il saluto negato da Beatrice: «Nomina sunt consequentia rerum», i nomi seguono le cose. Non l’aveva coniata un poeta. Veniva dai giuristi, che dovevano chiamare ogni istituto del diritto con il nome che gli spetta. Fissa un ordine e un debito: prima la cosa, poi il nome; e se i conti non tornano, paga il nome. Chi ha preso rivincere per nome si è iscritto a questa legge senza clausole di favore. Il nome chiede di essere giudicato sulla cosa che nomina; e se la cosa manca, o cede, chiede di cadere.
Il nome è un verbo per la stessa legge. Quando i grammatici latini dovettero assegnare fra le parti del discorso il titolo di verbum, la parola per antonomasia, lo negarono a quella che sta ferma e lo diedero a quella che regge l’azione, il tempo e la persona. Un sostantivo si tiene in mano come un sasso. Un verbo, appena lo si adopera, coniuga, e vuole sapere chi, quando, verso che cosa. Rivincere è verbo per la grammatica, che lo classifica, e per il rango, che nessuna grammatica regala: porta il tempo e la persona di chi lo pronuncia.
Porta in corpo anche vincere, e l’orecchio lo sente subito. Ma vincere, nell’italiano d’oggi, è la parola d’ordine di un lessico che premia chi si adegua e chiede a ciascuno il rendiconto delle proprie prestazioni; e la lingua, che risparmia, somma il prefisso alla radice e chiude la pratica: vincere di nuovo, vincere dopo essere stati vinti. Quel «di nuovo» non va smentito, perché i dizionari lo registrano e il verbo lo contiene. Va misurato. È l’unica vita della parola che l’uso corrente sappia spendere; le altre giacciono dove sono state scritte, e bisogna andarle a riprendere.
Nove vite, una sola anatomia
Stanno in un’opera senza eguali per pazienza, il Grande dizionario della lingua italiana fondato da Salvatore Battaglia: ventuno volumi e otto secoli di scrittura passati allo spoglio. Un dizionario storico registra ciò che una parola ha detto, dove e per mano di chi, e il mestiere di prescrivere lo cede ad altri. Alla voce rivincere i significati sono nove, e vanno letti come una deposizione.
Il primo sta in guerra: «riconquistare, riguadagnare, recuperare un territorio occupato dal nemico». Per definirlo, il lessicografo scansa vincere e ne chiama tre che hanno lo stesso prefisso; e l’oggetto è una terra che era propria e che un altro tiene. Al gioco, rivincere è «riguadagnare ciò che si è perduto», e il complemento basta a spiegarlo: si rivince la posta uscita, e il rivale resta fuori dalla grammatica. Nella disputa vale «superare un avversario durante una discussione con la forza dell’argomentazione», e la definizione esclude chi alza la voce. In amore è «far innamorare, sedurre nuovamente»: la seconda conquista non eredita nulla dalla prima, e la resistenza va vinta da capo.
Poi il mare. Rivincere l’acqua, nel linguaggio di bordo, è «estrarre dalla stiva mediante pompe una quantità d’acqua superiore a quella che penetra nella nave attraverso una falla». La falla rimane aperta, si naviga con lo squarcio a bordo, e il verbo nomina un lavoro che si smette in due luoghi soltanto: in porto o sul fondo. Anche gli odori hanno la loro battaglia, e l’esempio registrato è una sconfitta: i profumi d’erba che il vento soffiava dal piano «non rivincevano il bruciaticcio asfissiante». Un uomo torna a dominare «un impulso, una tendenza del proprio carattere», e l’avversario, questa volta, comanda da dentro. Nell’uso assoluto, infine, rivincere è «rifarsi da una sconfitta (militare o morale), riportare la vittoria finale»: anche qui la definizione parte dalla caduta. L’unico esempio, di Ippolito Nievo, assegna a ogni rinuncia il suo scopo: «dissimulare per rivincer poi; piegarsi sì anche, se occorre, ma per risorgere». Si dissimula per rivincere; il piegarsi, nella frase, spetta a un altro verbo.
Nove vite, e un’anatomia sola. In nessuna rivincere aggiunge una vittoria a una vittoria: chi rivince parte da sotto, o da un colpo ricevuto. C’è sempre un possesso in mano altrui, una posta uscita, un’acqua che monta, una parte di sé che si è presa il comando, una tesi da ribattere; e la voce, onesta fino in fondo, registra anche la risposta che non basta.
In calce, due parole pesano più delle altre: «voce dotta». Il Dizionario etimologico di Cortelazzo e Zolli le ripete. Vogliono dire che rivincere non è sceso nell’italiano di bocca in bocca, dal latino parlato: la lingua l’ha attinto dal latino scritto. E le sue attestazioni più antiche fra quelle che il dizionario allega, dal secondo Duecento al Trecento, stanno quasi tutte nelle pagine di chi traduceva i latini o li rifaceva: i volgarizzamenti di Ovidio e di Esopo; il Libro de’ Vizî e delle Virtudi, l’unica opera originale di Bono Giamboni, giudice fiorentino e traduttore di Orosio e di Vegezio, dove la Fede riprende, «rivinte», le province e i reami che il nemico le aveva tolto. L’eccezione è la cronaca di Giovanni Villani. Una parola dotta vive finché qualcuno va a prenderla nelle pagine; quando i lettori si diradano, si lascia leggere per le sue parti, il prefisso più la radice. Non per questo è morta: nel Convivio, a proposito della grammatica, Dante mette in volgare un verso di Orazio, multa renascentur quae iam cecidere, «Molti vocabuli rinasceranno che già caddero». Le nove vite sono rimaste senza lettori, e l’orecchio ne frequenta una.
La vista di Dante
La più alta non l’ha mai sentita. Il Battaglia la definisce «recuperare l’uso di una facoltà» e la affida a un’unica pagina, del Convivio (III ix 16). Dante vi racconta d’aver quasi perduto gli occhi per troppo leggere, tanto che le stelle gli parevano velate da un chiarore falso, e d’averli ripresi con una lunga riposanza in luoghi oscuri e freddi e con l’acqua chiara sull’occhio. Nessun santo e nessun miracolo, benché i lettori abbiano legato a questi occhi la devozione di Dante per santa Lucia: un regime, pagato in tempo, buio e freddo, che i commentatori ritrovano nel Canone di Avicenna, il libro su cui nelle università si insegnava la medicina. Nell’archetipo, il capostipite perduto da cui discendono i codici, il verbo che annuncia la guarigione è il nostro: «rivinsi la vertù disgregata». Così lo lesse nel Settecento Giovanni Jacopo Dionisi; così lo stamparono gli editori milanesi dell’Ottocento, Vincenzo Monti fra loro; così, nel 1966, Maria Simonelli. La potenza non era morta, si era dispersa, e rivinsi la raduna e la riconsegna al suo titolare: una vittoria senza vinti, senza conti da pareggiare. Ma la riga che il dizionario stampa, proprio sotto rivincere, dice un’altra cosa: «riunì sì la virtù disgregata».
La deposizione, qui, si contraddice, e il verbo tiene la sua pagina più alta soltanto in causa. Di Dante non abbiamo un rigo autografo, e nella scrittura dei codici, senza apostrofi e con un segno solo per u e v, rivinsi e riuni’ sì, «ricomposi a tal punto», stanno nelle stesse sette lettere, due delle quali scambiate di posto. La difficoltà l’hanno sentita prima i copisti. I quattro codici del Convivio che la Biblioteca Riccardiana di Firenze ha messo in rete leggono la riga in quattro modi: uno conserva rivinsi; uno scrive sì riunii, con il «sì» che la sintassi reclamava; uno rigiunsi, «ricongiunsi»; il quarto si ferma a metà strada fra le due lezioni. Nel 1921 i curatori del testo critico emendarono in «riuni’ sì», e l’emendamento ha resistito a Simonelli fino all’edizione nazionale di Franca Brambilla Ageno, nel 1995. Il Grande dizionario, dal canto suo, cita il passo due volte e lo definisce due volte: sotto rivincere come si è visto, sotto riunire come «restituire completa funzionalità a un organo». Sono due guarigioni diverse. Riunire è anzitutto il verbo delle parti che un taglio o una frattura ha separato, dell’innesto legato stretto, dell’arto riattaccato al corpo; rivincere, quello della facoltà ripresa. La lezione contesa decide fra una ricomposizione e una riconquista.
Ciascuna ha le sue ragioni. Per riuni’ parla anzitutto la sintassi, e lo riconosceva perfino l’editrice che stampò rivinsi: con rivinsi il «che» che segue, «che tornai nel primo buono stato della vista», resta senza il «sì» che lo regge. Parla la pagina, che qualche riga sopra descrive la vista indebolita come una disgregazione, le cose che «non paiono unite ma disgregate»: a ciò che si è disgregato risponde, alla lettera, riunire. Per rivinsi parla un criterio antico della critica dei testi, che fra due lezioni sospetta la più comoda: chi copia, o chi corregge, tende a banalizzare ciò che non riconosce; la distrazione produce forme strane, di rado una parola rara che torni con il senso. Riuni’ sì, osservava la Simonelli, ha tutto l’aspetto di una lezione più facile rispetto all’archetipo, e i codici della Riccardiana mostrano come nascono le lezioni più facili. Il criterio, certo, protegge soltanto le lezioni possibili: il capostipite è una copia guasta, e una lezione che la lingua del tempo non ammette è un errore anche quando è difficile, come Mirko Tavoni ha argomentato di recente per un altro luogo del trattato. Ma la grammatica dell’italiano antico toglie forza all’obiezione: la consecutiva introdotta dal solo «che», priva di un «sì» che la annunci, vi è frequente, e Dante la usa nella Vita nova proprio parlando di stelle, che nella visione gli si mostrano «di colore ch’elle mi faceano giudicare che piangessero». L’edizione che fa fede mantiene l’emendamento, e lo mantiene il Convivio curato da Gianfranco Fioravanti per i Meridiani, nel 2014, che pure in altri luoghi torna alla lezione dei codici contro Ageno.
Rivincere ha dunque la sua testimonianza più alta sub iudice, e non chiede per sé il favore che nega a ogni altra parola. Rivinsi è la lezione dell’archetipo, riuni’ sì la correzione dei filologi. Se un’edizione futura restituirà al testo quella lezione, il verbo la riprenderà; fino ad allora lo cita come oggi si stampa, e con il nome di chi ha deciso. Dante stesso, nella frase che apre il capitolo seguente, scrive che i nostri occhi «chiamano», cioè giudicano, la stella altrimenti da come è. Chiamare è giudicare; e un nome che si prende sul serio accetta il giudizio anche sul passo che gli è più caro.
Riconquistare, non vendicare
Più insidioso di un copista è un parente. Rivincita nasce in casa, dal verbo stesso, e al gioco nomina la partita che il vincitore concede al vinto. Poi passò a dire anche la rivalsa, per influsso del francese o per estensione spontanea – Alfredo Panzini, che registrava le parole nuove, non decideva –, e oggi traduce revanche negli stadi e nei giornali: la figlia del verbo vive in adozione, nella casa dell’altra famiglia. A sentirle, le due parole paiono la stessa in due lingue. La genealogia dice altro. Il prefisso, che ri- e re- scrivono in due vesti, non decide nulla; decidono le radici, e sotto il prefisso ne corrono due che in duemila anni non si sono mai incontrate. Revanche è il sostantivo di revancher, e revancher viene dall’antico revenchier: re- più venchier, variante di vengier, il verbo che il francese moderno scrive venger e l’italiano vendicare. In fondo alla filiera sta il latino vindicare, il cui gesto originario, prima ancora di punire, era dichiarare proprio un bene conteso. Chi si vendica reclama: tratta il torto come un possesso. L’italiano custodisce il calco esatto di quella famiglia, ed è rivendicare; rivincere sta dall’altra parte, con vincere. Le due famiglie non hanno mai mescolato il sangue. Hanno mescolato il suono.
Un fatto di morfologia va messo agli atti. Nessuna parola del lessico revanscista italiano si forma sul verbo: rivincista, rivincitismo e rivincitario sono costruiti su rivincita, revanscismo e revanscista portano il francese nella forma stessa. L’infinito non ha discendenza revanscista.
Che cosa diventi la revanche quando smette di giocare, la storia l’ha mostrato dopo il 1871. La Francia, perduta una guerra e con la guerra l’Alsazia senza Belfort e la Lorena di Metz, tenne per quarantasette anni vestita a lutto la statua di Strasburgo, fra le città di Francia che siedono in place de la Concorde; vi si portavano corone, vi si giurava. Era un presente montato di guardia alla propria ferita, fra un passato fatto liturgia e un avvenire ipotecato al giorno del pareggio. Pascoli ne diede la formula generale: la guerra «che di regola nasceva dalla guerra, e che si chiamava rivincita». L’antropologo Marc Augé, in Match retour, le ha dato il verdetto più esatto, «toujours néfaste et périlleuse»: sempre nefasta e pericolosa, la revanche si nutre di due tempi e li rende mitici entrambi, un ieri fatto reliquia, un domani fatto scadenza. Rivincere non abita nessuno dei due. Lascia cadere il torto, di cui non conserva né la data né il nome dell’autore, e trattiene il perduto, perché al perduto deve una cosa sola: il giudizio su quanto di esso possa ancora tornare.
Il latino che sta dentro
Quel giudizio il nome lo ha scritto dentro, in latino. Dietro rivincere sta revincere, e il vocabolario di Castiglioni e Mariotti gli dà due valori, in quest’ordine: «vincere alla propria volta, sconfiggere» e «confutare, smentire». Il re- di questo verbo, più che riportare l’azione, la volge contro: chi era stato vinto vince a sua volta, chi aveva prevalso è chiamato a rispondere. Un lessicografo senza interesse nella causa l’aveva visto da solo. Giacomo Devoto, che alla voce rivincere scrive «re- ripetitivo», glossando rivincita vi legge un «movimento in senso inverso, quasi un “vincere contro (l’aver prima perduto)”»; e il Cortelazzo-Zolli mette in fila i due valori per l’italiano, «vincere di nuovo», «vincere a sua volta». Il verbo che vince in campo vince anche nei processi: la voce latina lo mostra mentre confuta, smentisce, dimostra colpevole, con Cicerone e Tacito all’opera.
Livio ne conserva la scena più eloquente. I Tuscolani, accusati d’ostilità verso Roma, accolsero l’esercito esibendo la vita di sempre: porte aperte, botteghe aperte, i contadini nei campi. E il loro dittatore, davanti al Senato, dichiarò che non metteva conto confutare a parole accuse che i fatti avevano già vinto: revicta rebus. Le cose avevano deposto, e le parole potevano tacere.
Il latino non corregge l’italiano e non lo scalza: gli sta dentro come il nervo nel braccio. Rivincere è il nome, e nomina l’arco intero, la perdita, la traversata, il ritorno vagliato; revincere è la sua funzione giudicante, l’atto con cui ciò che aveva prevalso a torto viene portato davanti alle cose finché ne perda il credito. L’ordine dei due tempi non si inverte. Una riconquista senza giudizio riporterebbe a casa il vero e il falso in un carico solo; una confutazione che non aprisse a nessuna riconquista resterebbe polemica. La rivincita vuole pareggiare il passato. Rivincere domanda che cosa possa tornare senza mentire, e per domandarlo sul serio deve prima aver revinto ciò che mentiva.
Tre morfemi, nessun copione
A reggere questo lavoro sono tre membri: un prefisso che torna, una radice che combatte, una desinenza che non chiude. Chi ha l’orecchio cresciuto ai racconti vi legge una trama in tre atti, la perdita, la prova, il ritorno; ed è l’omaggio più alto che si possa fare a una parola, da rifiutare con più cura d’un insulto. Nessuna trama nasce in avanti: si monta a spettacolo concluso, ed è l’ultimo atto a eleggere i primi. E ogni dramma in tre atti vive di una promessa che la morfologia non firma, perché non ogni rottura mette capo a una nascita e nessun suffisso ha mai risarcito nessuno. I tre membri stanno insieme nella forma, non negli esiti: rivincere dispone una possibilità, non una sceneggiatura.
Contati da grammatici, i tre morfemi si dividono il lavoro. Il prefisso dà la direzione, e la si è vista: volge contro. La radice, che oggi sa di podio, in latino frequentava anche i tribunali: convincere era raggiungere qualcuno con le prove, e nella lingua dei giuristi evincere voleva dire togliere per sentenza una cosa a chi la teneva senza titolo. Quanto alla desinenza, l’infinito fa in italiano due carriere. Una è quella dei cartelli, spingere, non fumare, ordini a cui l’assenza di persona serve da alibi: dove nessuno dice io, nessuno firma. L’altra è quella dei dizionari, che consegnano ogni verbo all’infinito perché possa ricevere tutte le persone, e lo scortano di definizioni, attestazioni, autori, secoli. Del cartello non risponde nessuno; del lemma, chi lo ha compilato. Rivincere sta all’infinito nel modo dei lemmi, consegnato, non affisso, e attende chi lo coniughi in chiaro.
E sta sul tema che il latino chiamava infectum, il non-fatto, lontano dal perfectum con cui oggi si redigono le certificazioni. Ogni suo atto arriva a un termine: il campo è reso o non lo è, la vista torna o non torna. Ma nessun termine è l’ultimo, e nella sua lingua «ho rivinto» non si pronuncia. Non per scaramanzia: per costituzione.
Il motto, e perché non Revincere
Al nome si accompagna un motto latino, e il motto obbedisce alla stessa costituzione: RUMPOR · RENASCOR · REVINCO, «mi spezzo, rinasco, rivinco». Tre verbi al presente indicativo, nessuno al perfetto, nessuna congiunzione fra l’uno e l’altro: tre colonne, non tre gradini. I primi due hanno la forma del passivo, e nel motto nessuno dei due vale da passivo. I grammatici greci distinguevano, accanto all’agire e al patire, una voce di mezzo, il medio, per i processi che hanno nel soggetto la loro sede; il latino non ha per il medio desinenze proprie, e ne affida il valore alle forme del passivo. Rumpor ne è un caso: vale «mi spezzo», una rottura che accade in chi parla senza che un altro la infligga e senza che se la procuri. È gemello del motto frangar non flectar, «mi spezzerò, non mi piegherò», e risponde alla riga di Nievo: là ci si piega per risorgere; qui la rottura e la rinascita stanno una accanto all’altra, e nessun «per» le lega. Renascor è deponente, come nascor, morior, patior, i verbi delle soglie: ha anch’esso quella forma, e nessun attivo che gli corrisponda, non per povertà, per esattezza. Nessuno si fa nascere. Anche per comandare questi verbi tengono la loro veste: un pastore di Virgilio, sul far del giorno, dice alla stella del mattino «Nascere», ed è un’invocazione, non un ordine. Le ingiunzioni correnti, «rinasci», «reinventati», fanno dell’invocazione una consegna, e trattano da prestazione ciò che la lingua ha registrato come attraversamento. Revinco è attivo e transitivo, e sta ultimo: un motto che aprisse con l’attivo sarebbe un programma.
Fra il secondo verbo e il terzo la grammatica non getta ponti: il passaggio lo rischia, se lo rischia, chi coniuga, e può mancarlo. Volto alla terza persona, il motto diventa un referto, la vita d’un uomo raccontata da un altro con il finale in mano. Alla prima, chi parla ne risponde. Un emblema gli dà corpo, un ramo di rosa spezzato che disegna una erre: il taglio resta in vista, e accanto al taglio, non al suo posto e non per suo merito, rifioriscono due gemme. La sintassi è quella del motto: la rottura dichiarata, la rinascita che non la cancella, e nessuna freccia fra le due.
Se il latino fonda così bene, perché il nome è italiano? Perché il latino è la lingua in cui la parola si pesa, ma non passa più per bocche vive, e un verbo che nomina la riconquista dell’uso non può prendere casa in una lingua fuori uso. La «i» di rivincere non è una «e» latina scaduta d’un grado: è la vocale che l’italiano ha messo addosso al verbo ogni volta che un lettore è andato a prenderlo in un libro latino e lo ha portato di qua, quella di rivedere, rivestire, rivivere. La «e» è riaffiorata qualche volta nei derivati, e Goldoni scrive ancora revincita; l’uso l’ha lasciata cadere. Il latino conserva l’ufficio che gli compete: il motto, la parte del nome che non si consuma perché sta incisa.
Una parola necessaria
Resta da provare che al suo posto la lingua non tenesse pronta un’altra parola. I candidati si convocano, e si congedano uno per uno. Ritrovare presuppone uno smarrimento, dove nessuno ha sottratto nulla, e pretende la cosa intatta. Recuperare rientra in possesso e non chiede di che cosa. Riscattare paga, e onorando la tariffa del sequestro gli riconosce un titolo. Rifarsi, che il dizionario chiama a definire l’uso assoluto del verbo, ne copre appena una vita, la più vicina alla rivincita: insegue la posta uscita, o gira il danno al primo che capita. Risorgere ha due storie illustri, la grazia e la nazione, e nessuna delle due passa per un tribunale. Rinascere sta già nel motto, secondo verbo, e un membro non è l’arco. Riconquistare, il gemello, non domanda titoli: anche il maltolto trova chi lo riconquista; e nel suo corpo non abita nessun giudice.
Tutto questo sta in una frase: rivincere nomina la riconquista di ciò che, attraversata la frattura e portato davanti al logos, può tornare senza mentire. Ciascun membro ha dietro di sé le sue carte: la riconquista, la prima riga del dizionario; la frattura, la falla aperta; il logos, il giudizio che nel latino di Livio fa deporre le cose; il ritorno che non mente, l’ordine dei due tempi, che prima revince ciò che mentiva e poi riprende ciò che può tornare. La necessità è provata, ed è esposta alla smentita: la pagina di Dante lo mostra già, e se la lingua producesse un giorno una parola più vera, questo nome dovrebbe farle posto con la disciplina che ha imposto a ogni altra. Chi lo pronuncia a ragion veduta tiene una parola provata, e ne risponde con l’uso.

