Fu trovata a pezzi. Nell’aprile del 1863 Charles Champoiseau, viceconsole di Francia ad Adrianopoli, la cavò dalla terra di Samotracia in frammenti, e i frammenti attraversarono il Mediterraneo chiusi in casse, come un carico qualunque. La testa non era fra quelli, e non è mai riemersa. Le braccia nemmeno. L’ala destra che oggi si vede è di gesso: la rifecero nell’Ottocento ricalcando la sinistra a specchio, e la montarono in una posizione che il Louvre stesso, nella propria guida, dichiara sbagliata.
Nel 1910 — lo ricorda André Malraux — si credeva ancora che un restauro le avrebbe reso l’oro, le braccia e una tromba.
Nel 1950 una spedizione americana recuperò la mano destra. Ha le dita distese, il palmo aperto. Non stringeva una corona, non levava una tromba, non porgeva un trofeo. Non teneva niente.
Per Rivincere non esiste icona più esatta della Nike di Samotracia. Non malgrado quello che le manca: per quello che le manca.
«Capolavoro del Destino»
Malraux la chiamò «chef-d’œuvre du Destin», e la formula sta in fondo a una nota a piè di pagina: ne è l’ultima parola. Ma quella nota è la cosa più lucida che sia stata scritta su questa statua. Non ammiriamo nessuna Vittoria intatta, dice: le ali di quella di Peonio sono spezzate, quelle del tempio di Atena Nike sono consumate. E la Nike di Samotracia non è del tutto un’invenzione umana: possiamo immaginarla intera e supporla ammirevole, ma cambia natura. La vera è questa. L’assenza della testa le dà un movimento senza uguali nella scultura antica, dal fondo della veste alla punta delle ali; e l’ala, strutturalmente, sta al posto del braccio, sicché una Vittoria alata non dovrebbe avere braccia. La mutilazione non l’ha diminuita. Ha mostrato quello che avrebbe dovuto essere.
Questa Nike ha avuto due scultori. Il primo, sconosciuto (anche se per decenni la si attribuì a Pitocrito, Πυθόκριτος, di Rodi), la scolpì intera intorno al 190 avanti Cristo, in marmo di Paro, e la posò sulla prua di una nave tagliata in un altro marmo, grigio, di Rodi: la dea e la sua nave vengono da due isole diverse. Il secondo è il tempo, che ha lavorato ventun secoli senza modello e senza committente, e ha tolto invece di aggiungere. Malraux, altrove, lo mise in una frase sola: la metamorfosi non è un accidente: è la legge stessa della vita dell’opera. Il risultato non è un capolavoro guasto. È un’opera che l’originale intero non conteneva.
La Nike non è ferma. È presa nell’attimo in cui tocca il ponte: l’ala ancora spiegata, il busto proteso dalla corsa, il chitone gonfio di vento e incollato dagli spruzzi. È colta all’arrivo, non al possesso. Non ha ancora niente in mano; e la mano che la terra ci ha restituito era aperta.
L’ala di gesso
Alla tentazione di completarla, però, qualcuno ha ceduto, e si vede soprattutto nell’ala. Quando la issarono in cima allo scalone del Louvre la vollero simmetrica: le rifecero la destra copiando la sinistra, e la fissarono là dove pareva giusto che stesse. Il gesto si capisce, ed è un errore. Completa ciò che il tempo aveva lasciato incompleto, e lo fa con una congettura che si presenta come marmo. Chi sale verso di lei vede due ali e crede a tutte e due. È la maniera più cortese che esista di mentire: levigare la ferita finché non sembra forma.
Rivincere tiene la ferita in vista. Un’icona che nascondesse la propria mutilazione sarebbe l’icona sbagliata, perché tutto ciò che Rivincere ha da dire comincia da una frattura che non viene ricomposta: viene giudicata. Il greco aveva una parola sola per il giudizio e per la crisi, κρίσις, ed era un nome d’azione, da κρίνω, «io giudico, distinguo»: il nome dell’atto di distinguere. La crisi, in quella lingua, era il momento in cui si decide, prima ancora che quello in cui si crolla.
Sotto lo swoosh
C’è un’altra Nike, e oggi è a quella che quasi tutti pensano. Nel 1971 un’azienda dell’Oregon, la Blue Ribbon Sports, scelse il nome della dea per la prima linea di calzature tutta sua, e lo affidò a un segno tracciato quell’anno: lo swoosh, il tratto che corre sul fianco della tomaia. Nel 1974 era già un marchio registrato. E il nome con cui i Greci dicevano la vittoria porta oggi accanto la R cerchiata dei marchi: è quello della più grande azienda di articoli sportivi del mondo, con ricavi di decine di miliardi di dollari l’anno.
Alla fine degli anni Novanta, scrive Christian Salmon in Storytelling, la «Nike non faceva più sognare» («Nike ne faisait donc plus rêver»). Le campagne contro i marchi avevano fatto affiorare ciò che c’era sotto quelli che lui chiama «i loghi levigati»: le operaie indonesiane che assemblavano le scarpe della Nike; e, nel giugno del 1996, le fotografie pubblicate da Life, bambini pakistani chini su palloni da calcio con il suo logo. «Dentro un marchio c’erano delle storie», conclude, «ed erano brutte storie».
Il 12 maggio 1998, davanti al National Press Club di Washington, fu lo stesso Phil Knight, cofondatore e amministratore delegato, a riconoscere che il prodotto Nike era diventato sinonimo di «salari da schiavi, straordinari forzati e abusi arbitrari». E in quel discorso annunciò riforme, e le mise in moto: un’età minima più alta per chi lavorava nelle fabbriche, controlli più estesi e, nei calzaturifici, gli standard americani sulla qualità dell’aria.
Ma per Salmon, quando il sogno si rompe, l’urgenza è una sola: cancellare le brutte storie inventandone di edificanti. E richiama David M. Boje, studioso dello storytelling nelle organizzazioni, che in quegli anni aveva militato contro la Nike: riformando la propria politica del lavoro e assumendo impegni ambientali, spiegava Boje, la Nike si dava una nuova identità narrativa, «just in time». Salmon ne riassume il ragionamento in una riga: «Nike n’était pas en train de devenir juste, elle était juste en train de changer de récit». La Nike non stava diventando giusta; stava giusto cambiando racconto.
La Vittoria di Samotracia non ha un racconto da cambiare. Non stringe un premio, non esibisce una coppa, non mostra un volto: è senza testa, e non lo nasconde. Qui le due Nike si separano. Il marchio vale miliardi; la statua vale per quello che le manca, e non ha mai dovuto renderne conto.
L’amore per i vinti
La Nike, del resto, non ha nessuno sotto i piedi. Malraux notò che l’Oriente raffigurava la vittoria con i vinti — deportati in fila, prigionieri impalati, teste recise nel pugno del faraone — e che la Grecia inventò al loro posto una donna con le ali. Il verbo che ha scelto quella donna per insegna non dice soltanto vincere di nuovo. Dice, prima di tutto, riconquistare — riguadagnare, recuperare ciò che era andato perduto —, ed è il primo significato che il Grande dizionario della lingua italiana registra, e il più antico che l’italiano conosca. Rivincere non è il grido dei cannibali della vittoria, quelli che devono rinnovare il successo a ogni costo, anche sulla pelle degli altri. Affonda le radici nella perdita ed è mosso dall’amore per i vinti: l’impulso che ci fa stare con Ettore, con Enea profugo, con Don Chisciotte, e non con chi li ha battuti.
Recreant
Un romanzo scritto intorno al 1170 mostra la cosa prima che l’italiano avesse la parola. Nell’Erec et Enide di Chrétien de Troyes, Erec sposa Enide, e il mondo, per lui, finisce lì. Ai tornei ci vanno i suoi cavalieri, con armi e cavalli pagati da lui; lui no. Spesso, a mezzogiorno, è ancora accanto a lei. La corte mormora, e il mormorio arriva dove non dovrebbe: alle orecchie di Enide.
Un mattino giacciono abbracciati, bocca contro bocca. Lui dorme. Lei veglia. Lo guarda da capo a piedi: il bel corpo, il viso luminoso. E piange, e le lacrime gli cadono sul petto. Le sfugge une parole — «Amico, come fosti sventurato!» — e basta a svegliarlo. Lui la incalza; lei si rifugia in un sogno. «Vi sento mentire apertamente». E allora Enide gli dice la parola che nessun cavaliere vuole sentirsi rivolgere:
«Recreant vos apelent tuit,
Chrétien de Troyes, Erec et Enide, vv. 2567-2569
Cuidiez vos qu’il ne m’an enuit,
Quant j’oi dire de vos despit?»
«Tutti vi chiamano rinunciatario. Credete che non mi dispiaccia, sentire che siete disprezzato?». Recreant viene dal latino volgare se recredere, ricredersi. È il cavaliere che si è ricreduto su se stesso. Antonio Viscardi, chiudendo una definizione, lo chiamò «il vinto della vita». Nessuno ha battuto Erec. Ha smesso da solo.
Erec non discute il verdetto. «Ne avevate il diritto, e quelli che mi biasimano hanno ragione». Poi parla soltanto per dare ordini. A lei: alzatevi, vestitevi dell’abito più bello, fate sellare il palafreno migliore. A uno scudiero: le armi. Fa stendere a terra un tappeto di Limoges, siede sul leopardo che vi è raffigurato, si fa allacciare i calzari d’acciaio. Partiranno insieme. Non cambia racconto: cambia la cosa. Quello che va a fare, Enide gliel’aveva già detto, con parole che un secolo dopo l’italiano darà al nostro verbo: vostre premier los ataindre, riguadagnare la fama di prima.
Non aveva un avversario su cui prendersi una rivincita. Aveva soltanto qualcosa di perduto. È il caso più puro del verbo, e ne fissa la legge: rivincere non chiede una vittoria alle spalle, chiede una perdita davanti. Può rivincere anche chi non ha vinto ancora.
Fonti. Louvre, La Guida del Louvre, RMN 2005, cat. 158 (Ma 2369), e scheda Ma 2369 del catalogo in rete, aggiornata all’8 aprile 2026; A. Malraux, La Métamorphose des dieux, Galerie de la Pléiade 1957, nota con asterisco al capitolo sul divino, e Le voci del silenzio, in Il museo dei musei, Aesthetica 2023, trad. L. Magrini, p. 64; S. Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, UTET, vol. XVI, p. 1065, voce rivincere; C. Salmon, Storytelling. La machine à fabriquer des histoires et à formater les esprits, La Découverte, 2007 (ed. «Poches/Essais», 2008), cap. 1, traduzione nostra; Ph. Knight, discorso al National Press Club, Washington, 12 maggio 1998 (resoconto di Inter Press Service, stessa data); Chrétien de Troyes, Erec e Enide, Luni, trad. C. Noacco, vv. 2446-2471, 2486-2569, 2578-2580, 2588-2595, 2636-2650 (pp. 190-201), e nota al v. 2478, p. 444, che cita A. Viscardi, Storia delle letterature d’Oc e d’Oil, Milano, Academia, 1952, p. 228.
